Panico totale. Gridolini eccitati da parte dei più pro-positivi, ma occhi liquidi e sbarrati in tutti gli altri.
Ma perché? Abbiamo chiesto tutti, anche un po’ imbarazzati. “Terapeutico. E curativo della disistima di sé”, ci hanno risposto, perché noi e i nostri nuclei ci teniamo in piedi, oltre che su quello che siamo, anche su quello che sappiamo fare o che abbiamo imparato a fare, per amore o per forza.
Io ho mandato giù, un po’ sconcertata (azz, sono una scarpa in tutto, che diamine ci scrivo…). Ma l’ho redatto, alla fine, questo elenco ed stato molto liberatorio, credetemi.
E pare che lo sia stato per tutti, per i genitori più fighi e superdotati, ma anche e soprattutto per i più insicuri e malconci.
Provateci anche voi.
Se avete il coraggio fatelo qui da me, altrimenti fatelo in solitudine. Serve molto a rinsaldare l’autostima, sempre che voi ne abbiate bisogno.
Unica regola: ci deve essere sempre un verbo che implica azione e l’azione deve essere particolareggiata (non “ io so cucinare”, ma “io so cucinare il pollo al forno”).
Questo era il mio elenco, letto di fronte a tutti. A parte la timidezza cronica, credevo che mi avrebbero riso in faccia per le palesi scempiaggini, invece no, alla fine qualcuno ha pure detto; “Pure io lo so fare, ma non ci ho pensato.”
Io so leggere a voce alta Harry Potter, cambiando le voci a tutti i personaggi;
Io so guidare motorino e automobile nel caos infernale di Roma, senza perdere la calma;
Io so cucinare un pranzo decente in 15 minuti;
Io so arrivare alla fine del mese, facendo miracoli e magie;
Io so cantare a squarciagola Dancing with the Moonlit Knight.
Io so arrampicarmi sugli alberi;
Io so allattare i gattini senza mamma;
Io so catalogare, classificare e soggettare un libro;
Io so stirare le camicie, senza fare la piegolina sulla manica;
Io so mettermi in mezzo, senza paura di perdere privilegi;
Io so caricare il motorino di buste della spesa fino a non vedere più la strada, ma arrivare a casa sana e salva;
Io so preparare feste di matrimonio, compleanni, lauree e funerali;
Io so alzarmi la mattina all’alba e trovarlo meraviglioso.
Io so riconoscere un bugiardo e uno stronzo immediatamente;
Io so parlare di me sinceramente, ma sono sempre pronta a subirne le conseguenze;
Io so disegnare a matita i visi di chi amo;
Io so smistare panni usati e ridistribuirli a persone di ogni sesso, di ogni età e di ogni nazionalità;
Io so rimanere tranquilla di fronte ad una sigaretta, anche se muoio dalla voglia di fumarmela;
Io so amare in modo totale, ma non totalizzante;
Io so cucinare le più leggere ed insipide melanzane alla parmigiana dell’universo (ed esserne fiera).

Spesa proletaria, ovvero l'arte del riutilizzo.
Avete mai sentito la frase "non si butta via niente"? Beh, nel mio ufficio va per la maggiore. Da noi, è ormai consolidata l'idea che i panni non si sprecano, ma neanche i giocattoli, né i libri o le scarpe e le borse. Dall’abbandono al riuso è il nostro slogan!.
Al cambio di stagione, tanti di noi, e non necessariamente i più benestanti, portano da casa buste colme di beni ancora spendibili, ma di cui ci si disfa per i motivi più disparati: borse il cui colore è venuto a noia, scarpe troppo alte o troppo basse, magliette troppo aderenti, gonne eccessivamente variopinte, camicie dell'ex-marito, scalda-biberon di chi ha figli svezzati, pantaloni 44 di chi ormai porta una 48, giacconi invernali troppo caldi, stivali stretti di chi ha polpacci da ciclista, casacche eccentriche, e poi magliette, pigiamini, addirittura calze sigillate e costumi.
E vi assicuro che quando arrivano le famigerate buste, alcune stanze -tipo la mia- esplodono di umanità impazzita, neanche ci fossero i saldi dei saldi di Coin. E tutti prendono quello che può servir loro, ridendo e senza imbarazzo. E capita che la più sfigata di noi regali una maglietta di bancarella alla straricca moglie d'avvocato o che un paio di costose scarpe facciano la felicità di chi le vedrebbe solo in cartolina.
In questa comune, anzi, in questa comunità di beni e intenti., è divertentissimo fare la spesa: basta avere disinvoltura e senso dell’umorismo. Senza contare che... necessitati parere semper sapientis est habitum, diceva un tale.*
*Cicerone: "Obbedire allo stato di necessità si è sempre ritenuta una scelta da uomo saggio"
Passare una lieta serata tra cibi e musica indiana, distende e rilassa, fidatevi. A Roma ci sono dei posticini deliziosi, l’Himalaya Palace o il Kohinoor o il Mother India, dove è possibile gustare ottimo cibo indiano ed essere grati alla vita per averlo potuto fare.
Roma è una città multietnica e plurale, è una compresenza di molte città in una città sola, e lo dimostra la naturalezza con la quale alcuni ristoranti -tra i cinesi, indiani, messicani, arabi,africani, giapponesi- siano sorti nei luoghi più suggestivi della città, in armonia con il paesaggio, senza stonature o contrasti stridenti col contesto urbano. (I romani avranno presente il Suriya Mahal di Trastevere, ristorante indiano la cui terrazza è prospiciente la fontana di Piazza Trilussa, un mix architettonico-olfattivo davvero suggestivo!)
E’ il dna della città che la vuole stratificata, multicolore e multisapore e questo non può che essere un vanto per chi ci abita. Un vanto e una delizia, dato che avere a disposizione la cucina di tutto il mondo, seppur modificata e riadattata alle italiche esigenze, è un dono straordinario per chi è curioso e senza pregiudizi e per chi ama viaggiare, almeno con la fantasia.
E una cena indiana ha un fascino senza eguali: sarà la musica che t’accoglie e l’essenza di sandalo che ti calma, sarà che prima di sentire il gusto del cibo, si rimane ipnotizzati dal suo colore e dal suo profumo, sarà la morbidezza del naan o la croccantezza del papadam, o il riso profumato di cardamomo e di zenzero, sarà l’accento forte del peperoncino e del chiodo di garofano… ma certo, chiacchierare allegramente mentre si gusta carne cucinata nel Tandoor, accompagnata da verdura in soffice crema di yogurt e spezie, in un tripudio di cannella, curcuma, finocchio, coriandolo, cumino e zafferano, può essere un’esperienza ultraterrena.
E in attesa di poter vedere l'India, almeno qualcosa dell'India, mi accontento di sentirne i sapori. E per i tempi che corrono, va bene così.

Mi destabilizzi, mi disorienti, e non credere che sia facile a questo punto della mia vita.
Ho sempre pensato che le donne costrette a frequentarsi per parentela reale o acquisita, spesso, instaurino l'una con l'altra un rapporto difficile e astioso, trasformando un legame di sangue in una funesta inimicizia (spesso, ma non sempre, per fortuna.). Le donne, quando non si scelgono, possono arrivare anche ad odiarsi. Ma questo brutto pensiero non l’ho mai espresso ad alta voce, per paura che qualcuno potesse darmi ragione o, peggio, che TU potessi darmi ragione. E sai che io detesto aver ragione. Detesto Cassandra e la sua sfiga ostinata.
Ma ora, di quelle che eravamo, siamo rimaste solo noi, noi e la nuova generazione. Non c’è nessuna anziana a confortarci con parole esperte e cuore forte, siamo sole. E' passato il tempo e molta della nostra gioventù, non potremmo invecchiare in pace? Sai, potremmo passare la nostra vita in modo pacifico e sereno e condividere quel che resta del giorno, invece hai alzato un muro d’ortiche che non riesco neanche a sfiorare. E mi ferisco, ogni volta che provo a farlo.
Tu non hai bisogno di me e mi tieni a distanza, mentre io avevo immaginato la nostra età adulta in modo diverso, lo ammetto; mi sarebbe piaciuto confrontarmi con te, pur nella nostra diversità, con leggerezza e in affettuosa allegria; mi sarebbe piaciuto essere tua amica. Ma le donne, per amarsi, debbono scegliersi e tu non mi hai scelto, mi hai trovato sul tuo cammino.
E faccio continuamente esami di coscienza e continuamente cerco di capire le tue ragioni e di giustificare i tuoi glaciali silenzi o le tue aspre parole. Ma non capisco, davvero non capisco.
E per non perderti definitivamente, taccio. Così, spero che ti passi, come quando eri bambina.
"...e il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..."
Ci sono persone che cambiano la nostra vita in meglio, a volte per caso.
Tu cammini a testa bassa, concentrato su i tuoi pensieri e sul rumore dei tuoi passi e, d’un tratto, ti accorgi che mentre cammini, qualcuno ti stringe la mano e ti sprona a prendere una direzione piuttosto che l’altra. E mentre cammini, parli anche e ti confronti, tanto che le tue parole sconnesse diventano concetti, i concetti inespressi diventano idee e le idee diventano progetti.
Ci sono persone che cambiano la nostra vita, perché riescono a tirarci fuori il meglio, quello che di più buono e di straordinario racchiudiamo nel cuore. E ad aprirci gli occhi e la mente, solo con una parola o un gesto.
Poi scompaiono. Si dileguano con la stessa discrezione e delicatezza con cui erano apparse sul nostro cammino, lasciandosi dietro grandi impronte da ricalcare e sassolini luminosi ad illuminare il buio della loro assenza.
Giganti, totem, angeli, alieni, fantasmi, pedine di un piano misterioso, non lo so. Forse, più semplicemente, persone belle.
Sono in emergenza micino.
E' stato trovato stamattina alle 7, nel parcheggio del mio ufficio. Non ha neanche 10 gg, occhi ancora chiusi e cordone ombelicale attaccato. Ma è grintoso e forte. Il veterinario l'ha visto, dice che potrebbe farcela. Abbiamo comprato latte in polvere e biberon, e stasera dormirà con me (noi). Mangia come un leone e dorme molto, ma piange, anche. Deve essere allattato ogni 2 ore e stanotte avrò da penare. Ma deve vivere. Forza piccolo! E non me ne voglia Marcomaltese, se gli dedico questa canzone del Boss.
Appena posso, posterò una sua foto.
Eccola:
Maestra: sì, la bambina è deliziosa, solare, allegra, però...
Mamma: Cosa, Maestra, c'è qualche problema?
Maestra: Ma no, tutto bene… è che ogni tanto la bambina si assenta ….
Mamma: Come si assenta, in che senso, Maestra?
Maestra: Ma sì, guarda fuori dalla finestra, si distrae, si perde…come fosse altrove…
Mamma: Ma, probabilmente, ha bisogno di un momento di pausa! Magari, essendo molto vivace, cerca un momento per raccogliere le forze…O forse vuole solo attirare l’attenzione.
Maestra: No, no, signora, la bambina è preoccupata. Si vede che ha dei pensieri…
Mamma: Ma è una bambina abbastanza serena, sempre allegra; sì, a volte è capricciosa, forse anche un po’ viziata, ma preoccupata, addirittura…
Maestra: Si vede che pensa ai suoi problema. La vostra famiglia è anomala, genitori separati, vita diversa dagli altri bambini… Una famiglia atipica, una non-famiglia. La bambina soffre.
Mamma: Sì, sicuramente ne soffre, non lo nego, ma i suoi genitori sono molto presenti, entrambi…e non le fanno mancare né affetto né sostegno! Una famiglia anomala, ma pur sempre una famiglia!
Maestra: NO, signora, la faccia vedere dalla psicologa della scuola. Io sono molto preoccupata per la piccola. E questo è tutto.
La mamma manda giù, sorride ed esce dall’aula. La testa le gira e le cadono addosso tonnellate di sensi di colpa e di inadeguatezza e di insicurezza. Sì, sì, paranoia.
Ma bisogna pur reagire. A casa telefona alla psicologa indicata. Prende un appuntamento per un colloquio.
E dopo questo, un altro e poi un altro.
Dopo ben quattro colloqui, la psicologa conclude che si tratta di una bambina vivace, giocosa, intelligente e molto serena. E di una maestra chioccia che ha visto un problema dove un problema non c’era.
Signora Maestra, ho avuto paura, lo ammetto. Ho temuto che la bimba stesse male o che fosse vittima del pregiudizio di un’insegnante bacchettona. Invece lei è solo una maestra all’antica, quasi da libro Cuore, poco avvezza a questi nuovi modelli di famiglia e di coppie genitoriali, e lo capisco, perché è difficile anche per me che ci sono dentro fino al collo. Ma lei è una buona e brava maestra, attenta ed innamorata dei suoi bambini. E io la stimo molto, per quel che serve.
Lo incontro spesso, o almeno, incontro la sua macchina e la sua scorta, mentre come una erinni impazzita mi scapicollo per arrivare in ufficio.
La sua strada è una strada come tante, piena di traffico all'ora di punta, ma quando lui sta per uscire, tutto si ferma. Un tizio alza appena una paletta rossa e la sua auto esce dal garage, ma tranquillamente e senza troppo clamore. Discretamente, direi.
Io mi fermo e sorrido, perché so che lui è dietro i vetri scuri. Lo immagino a testa china, con gli occhi fissi sul giornale, ma confesso che a volte ho desiderato che guardasse fuori per cogliere l’espressione d’affetto sul mio viso.
E’ stato un Presidente rigoroso, con un passato in magistratura che è difficile da digerire, ma è stato coraggioso e ha difeso la Costituzione come una fede. E io l’ho amato, quasi come Pertini.
E di questi tempi, in cui un re delirante accusa gli altri per la sua stessa immoralità, un uomo austero come lui, dall'alto dei suo 90 anni, mi manca davvero.
Sono pallosa, lo so. Se parlo, parlo solo di figli e di gatti, una noia... Sembra quasi che io non abbia niente altro, ma è vero, anzi no, ho anche i miei pensieri. Perché io penso, ma penso in silenzio ed è gravissimo, in questo pianeta rumoroso.
Da un po' non parlo di libri, di film, di gite e viaggi (ma quali, poi...), né di incontri fatali; e neanche di politica. Tendenza all'intimismo? Depressione? Ignoranza? Nausea? Forse per ciascuno di questi motivi, ma, anzitutto, per disinteresse mortale.
Le veline in politica, i film holliwoodiani, l’ultimo libro di Tizio e l’ultimo CD dei Caio mi trapassano completamente; le feste, le conferenze-stampa, le cene, il teatro, l’evento museale… che palle. Non me ne frega un tubo, ecco.
Preferisco dormire o sentire chiacchiere infantili. Ma qualcuno mi dice che sono un’orsa e che spreco il mio tempo. Che dovrei, che potrei. Non sono d’accordo, ma servirebbero quintali di parole per convincere quelli che, invece, hanno capito tutto e che sanno vivere. E non mi va. Sono un'orsa pallosa, e allora?
Non mi va di seguire il flusso, mi sento fuori tempo e fuori luogo, quasi che nulla sia più alla mia portata, né la musica, né l'arte, né la politica. Né la gente, soprattutto la gente.
Questo periodo va così, solo figli e gatti.
Invecchio. Anzi, come mi disse un tempo l'amico Joe, mi si accorcia la miccia.
C’è una grande finestra, al primo piano di una vecchia scuola gialla della mia città. E sotto la grande finestra c’è una piccola folla che, ogni mattina, si raduna e attende col naso all’insù, benevolmente.
E dietro ai vetri della grande finestra, ci sono manine paffute che salutano e cappelli variopinti che scorrono come vagoni colorati di un trenino giocattolo.
E il mondo si ferma per un secondo, quando arriva il tuo turno: solo tu e un paio di occhietti ridenti che ti guardano dall’alto.
Poi, via. Dopo la benedizione quotidiana impartita dalla grande finestra, ci disperdiamo nelle strade affollate e rumorose di questa città. Col cuore leggero.
Ho sempre pensato che, nel lavoro, per ottenere il giusto devi saper sculettare o saper piangere; oppure essere amico dei potenti. Per ottenere più del giusto, devi dare o fare più del consentito e non sempre nel rispetto delle legge e della morale, ma questa è un'altra storia.
Per tutti gli altri, - quelli che proprio non ce la fanno a scodinzolare come un cane di fronte al padrone- , la vita è un vero inferno. E non importa se sei bravo, onesto e disponibile, sei comunque fuori. E, ad un certo punto della tua vita, devi capire se davvero non vali niente come ti dicono, e se la buona opinione che hai di te è falsata dalla tua presunzione, oppure se chi ti deve giudicare è solo un mentecatto corrotto e colluso che di te non sa che farsene e che, dunque, non ha la capacità di valutarti.
Non so più chi sono e, se valgo, quanto valgo. So solo che sono stanca di essere stanca, come diceva Faber riferendosi ad un uomo santo. Ma io non sono brava a sopportare e ogni tanto crollo, purtroppo. E allora penso alla fortuna di avercelo ancora un lavoro e penso al futuro incerto dei miei figli, se dovessi prderlo. Raccolgo le forze e mi rialzo. Come sempre.