Per favore... un caffè, un caffè macchiato caldo, caffè macchiato freddo, caffè schiumato, caffè lungo, caffè ristretto, caffè al vetro, caffè con la cremetta, caffè corretto, caffè decaffeinato, caffè americano, caffè con panna, mocaccino, caffè marocchino, caffè al ginseng in tazza grande, decaffeinato macchiato, orzo, orzo in tazza grande, orzo in tazza piccola, orzo macchiato, cappuccino d’orzo, cappuccino, cappuccino bollente, cappuccino tiepido, cappuccino scuro, cappuccino senza schiuma, cappuccino scremato,cappuccino al vetro, latte caldo, latte caldo senza schiuma, latte freddo, latte macchiato …
Ma un po’ di luce c’è, alfine. E mi sembra anche di sentire un odore di erba e di foglie e di castagne al fuoco; e penso ad un buon bicchiere di vino, da bere ridendo.
Sarà che l’autunno mi consola, con i suoi colori caldi.
Sarà che mi consola l’alito caldo della mia bambina, addormentata accanto a me.
Sarà che ho voglia di scrollarmi di dosso questi pezzi di vetro dolenti..
Sarà che vorrei vivere. E vivere senza pensare.
Sarà che non temo il giudizio di nessuno.
Sarà che credo nella rinascita del mio Paese.
Sarà che oggi il sole illumina le foglie rosse dell’acero e i tronchi chiari delle betulle.
Sarà che sono stupida.
Ma vorrei uscire nel parco, sedermi su una vecchia panchina,
e salutare la gente che passa.
.
Diciamo che è un periodo senza musica, uno di quelli in cui non hai tempo per le emozioni. Devi solo trainarti, a testa bassa, fino all’uscita della nebbia, in silenzio e senza distrazioni. Ricostruirti un’identità e un ruolo, tra gente sconosciuta, anche se amichevole, richiede massimo impegno cerebrale e silenzio. Non ho tempo né ho voglia di emozioni, e sono ad occhi spalancati e mani fredde, mentre tutto mi capita intorno. Sorrido, ma non con il cuore. E non dormo; penso, avvolta dal silenzio buono della notte.
Ma la musica, la musica mi manca, anche se la scelta del silenzio è tutta mia.
Ogni momento della mia vita ha avuto la sua colonna sonora. Non posso non sentire Cat Stevens senza pensare e rimpiangere Silvia e i tempi del liceo; non posso sentire Peter Gabriel e non pensare al mio passato matrimonio e ai miei anni verdi ed inconsapevoli. E non posso sentire i Beatles, John ed Elton senza pensare a quello che mi è capitato tra il 2002 e il 2004, che ha scardinato tutte le mie certezze e capovolto completamente la mia vita e il mio cuore. Eppure, in questo momento di cambiamenti forti, rimango in uno stato di rigidità emotiva, insensibile ai suoni e silenziosa.
Ma non può durare per sempre. Prima o poi, ricomincerò ad emozionarmi, lo so.
Perché mi conosco.
Scrive Michael Tagliacozzo: "Né il sesso, né l’età, né la malferma salute, né benemerenze di sorta furono di scudo a questo barbaro agire: vecchi, bambini, malati gravi, moribondi, donne incinte e puerpere appena sgravate, tutti furono ugualmente prelevati».
E' una mezza vittoria, ma pur sempre una vittoria.
In attesa che la mia vita cambi, cancello link e avatar di sconosciuti. Ma che c'entra? Niente. Assolutamente niente. Mi giro e mi rigiro, e misuro i passi come un animale in gabbia; alla fine mi ritrovo davanti a questo pc, per scaricare l'ansia come fosse una sigaretta. E leggo, leggo molto di quel che la blogosfera produce. Scrivo molto meno, non mi va, non so che dire, o meglio, il momento buio della mia vita consentirebbe solo latrati e lamentationes. Allora commento gli scritti degli altri, ma, anche lì, non va sempre bene. Alcune persone sono superbe e maleducate (l'ho detto) e ti fanno passare la voglia di parlarci, altre non rispondono proprio (legittimo, comunque), e dopo un po' decidi di non andarci più. Ma poi capiti su blog adorabili di persone adorabili, quelle che hanno sempre spazio per tutti e che, anche tra mille commenti, sono gentili e accoglienti, pur nella diversità di opinioni. Quei blog che sono anche un po' casa tua e per i quali vale la pena accendere il pc; che sono meglio di una sigaretta o di un bicchiere di vino rosso e che allentano il rigor mortis che ti attanaglia. Tanti nomi e nick che valgono un patrimonio in termini di affetto e di umanità.


C’è una casa su una collina, immersa nell'alloro, il bosso e il rosmarino, che guarda su una vallata verde, ruvida, quasi primitiva. E’ una casa di roccia, coperta da alti cipressi; è la sua casa ; la casa che l’ha vista ragazza, poi madre, infine spirito. Tornare in quella casa e immergere il viso nei suoi vestiti e toccare le cose che le erano care, è come averla di nuovo accanto, almeno il tempo di un battito d’ali.
L’ho lasciata andare da molti anni, ormai, ma ogni estate si rinnova il rito che purifica e che placa una malinconia, la mia, mai sopita. Torno nella sua casa, cerco di respirare la sua aria e mi riempio gli occhi delle sue cose e dei suoi colori. E mi rigenero.
Ma questa estate, no, non mi (ci) è stato permesso e io non riesco a farmene una ragione. Come la negazione di un desiderio a lungo sospirato o una punizione che non abbiamo meritato. E, allora, ne scrivo, magari quella delusione si fa piccina piccina, fino a scomparire del tutto...
P.S. In una pagina del 1928, Virginia Woolf scrive di essere stata morbosamente ossessionata dai suoi genitori e che scrivere di loro fosse un atto necessario a placare il suo spirito. Ho pensato che forse anche quella per mia madre fu un’ossessione, vista la incessante necessità che ho dentro di scrivere di lei; forse perché è morta senza che potessimo chiarirci e senza che il cerchio potesse chiudersi. Non so quanti post ho scritto su di lei, forse troppi per essere un blog leggero leggero, ma sono stati più terapeutici di una seduta psicoanalitica. Giuro.
Non parlo mai d'amore, almeno non qui, mi imbarazza un po'. Ma qualche giorno fa, in un momento di calma casalinga, rivedendo Alta Fedeltà di Stephen Frears (tratto da High Fidelity di Nick Hornby), devo ammettere di essermi sciolta davanti a questa scena. Rob non è esattamente l'uomo ideale; è infantile e instabile, ma è comunque adorabile nella sua fragilità sentimentale e nella sua compulsiva attrazione per la musica, ossessionato com’è dalle top-five e dalle compilation. E come farebbe per la musica, parla di Laura stilando l’elenco delle sue doti migliori, neanche fossero i migliori brani di un disco che ama. Non so voi, ma ho trovato il monologo del video molto romantico, anche se il ritmo descrittivo è veloce e il tono quasi scanzonato. Certo, non è il bacio tra Audrey Hepburn e George Peppard in Colazione da Tiffany, ma lo spirito non è diverso.

Mi sembra d'essere in un acquario. Vedo gente che parla, che urla e che gesticola, ma io non capisco quello che dice. Il mondo oltre il vetro è un teatro muto di maschere oscenamente truccate che si insultano e che si imbrattano a vicenda, usando i colori della mia patria. Loro urlano, io sono adagiata su un fondale silenzioso e respiro. Poi mi giro e nuoto via, non voglio vederle, mi ripugnano. Rimango ad ad occhi aperti e penso, ma penso dentro e mi faccio del male, rimanendo, poi, senza forze. Non ho paura di morire né di soffrire di più, ma temo per i pesciolini che vivono sotto le mie pinne: loro credono che la strada che percorriamo insieme sia quella giusta, loro si fidano. Ma io comincio a non vedere più e non so per quanto ancora riuscirò a nuotare, senza schiantarmi contro il vetro. E c'è sempre quel piranha nascosto che vorrebbe divorarmi. Prima o poi, smetterò di nascondermi e mi farò mangiare. Chi dice che la resa sia una sconfitta?
Per ora nuoto nel vetro e penso al mare lontano. E, soprattutto, resisto.
Il Caso o il Fato. Sta di fatto che, sbagliando strada, una strada che peraltro conosce benissimo, qualcuno ha scongiurato una strage.
Imbocca la bretella autostradale, ma sbaglia direzione -non era mai successo- eppure non se la prende, anzi, sembra quasi in uno stato di pacifica rassegnazione. Quasi fosse in attesa. Ma mi guarda, scuote il capo e mi chiede anche scusa. Sbagliare strada può capitare anche ai più attenti e pignoli, e soprattutto quando il caldo t'annebbia.
D’un tratto, ecco un'automobile avvolta dal fumo, sulla corsia d’emergenza e, poco più avanti, un uomo che si sbraccia e che chiede aiuto. Nessuno si ferma. Incredibile, nessuno. D'altra parte, il punto è pericolosissimo.Il tempo di misurare lo spazio e, solo qualche metro prima di un brutto restringimento della corsia, il qualcuno di cui sopra si ferma [e io ne ero certa]. L’uomo ci vede, corre verso la nostra auto, è disperato e sudato, non ha il cellulare per dare l'allarme. La sua auto sta prendendo fuoco. Abbiamo tutti paura. Qualcuno chiama, parla con calma: " E' urgente, siamo sul viadotto n.xxx, all’altezza di xxx, sulla bretella autostradale verso xxxx; presto, c'è molto traffico, siamo in un punto pericolisissimo.” Di una calma e di una precisione inverosimile, neanche fosse Batman...
Ci dicono che dobbiamo spostarci di lì e che sarebbero arrivati immediatamente. Sono arrivati immediatamente.
Mi domando solo cosa sarebbe successo, se non avesse sbagliato strada e non avesse dato l'allarme. E, soprattutto, se non avesse avuto il coraggio dai fermarsi in quell'inferno.
E' che, probabilmente, la storia dell'umanità è costellata di piccoli e grandi eroi, senza mantello e senza superpoteri, senza volto né nome, armati solo di generosità e di umanissimo coraggio.