
Mi destabilizzi, mi disorienti, e non credere che sia facile a questo punto della mia vita.
Ho sempre pensato che le donne costrette a frequentarsi per parentela reale o acquisita, spesso, instaurino l'una con l'altra un rapporto difficile e astioso, trasformando un legame di sangue in una funesta inimicizia (spesso, ma non sempre, per fortuna.). Le donne, quando non si scelgono, possono arrivare anche ad odiarsi. Ma questo brutto pensiero non l’ho mai espresso ad alta voce, per paura che qualcuno potesse darmi ragione o, peggio, che TU potessi darmi ragione. E sai che io detesto aver ragione. Detesto Cassandra e la sua sfiga ostinata.
Ma ora, di quelle che eravamo, siamo rimaste solo noi, noi e la nuova generazione. Non c’è nessuna anziana a confortarci con parole esperte e cuore forte, siamo sole. E' passato il tempo e molta della nostra gioventù, non potremmo invecchiare in pace? Sai, potremmo passare la nostra vita in modo pacifico e sereno e condividere quel che resta del giorno, invece hai alzato un muro d’ortiche che non riesco neanche a sfiorare. E mi ferisco, ogni volta che provo a farlo.
Tu non hai bisogno di me e mi tieni a distanza, mentre io avevo immaginato la nostra età adulta in modo diverso, lo ammetto; mi sarebbe piaciuto confrontarmi con te, pur nella nostra diversità, con leggerezza e in affettuosa allegria; mi sarebbe piaciuto essere tua amica. Ma le donne, per amarsi, debbono scegliersi e tu non mi hai scelto, mi hai trovato sul tuo cammino.
E faccio continuamente esami di coscienza e continuamente cerco di capire le tue ragioni e di giustificare i tuoi glaciali silenzi o le tue aspre parole. Ma non capisco, davvero non capisco.
E per non perderti definitivamente, taccio. Così, spero che ti passi, come quando eri bambina.
Ho sempre pensato che, nel lavoro, per ottenere il giusto devi saper sculettare o saper piangere; oppure essere amico dei potenti. Per ottenere più del giusto, devi dare o fare più del consentito e non sempre nel rispetto delle legge e della morale, ma questa è un'altra storia.
Per tutti gli altri, - quelli che proprio non ce la fanno a scodinzolare come un cane di fronte al padrone- , la vita è un vero inferno. E non importa se sei bravo, onesto e disponibile, sei comunque fuori. E, ad un certo punto della tua vita, devi capire se davvero non vali niente come ti dicono, e se la buona opinione che hai di te è falsata dalla tua presunzione, oppure se chi ti deve giudicare è solo un mentecatto corrotto e colluso che di te non sa che farsene e che, dunque, non ha la capacità di valutarti.
Non so più chi sono e, se valgo, quanto valgo. So solo che sono stanca di essere stanca, come diceva Faber riferendosi ad un uomo santo. Ma io non sono brava a sopportare e ogni tanto crollo, purtroppo. E allora penso alla fortuna di avercelo ancora un lavoro e penso al futuro incerto dei miei figli, se dovessi prderlo. Raccolgo le forze e mi rialzo. Come sempre.
E certo... Si sentiva il bisogno morboso della telecamera che entra dentro le tende allestite per la notte. Certo, è normale riprendere i disperati che dormono o coloro che vegliano, con lo sguardo fisso sul niente. Certo, tutto normale. Riprendere, documentare, registrare. Strano che ancora non abbiano ripreso le persone che orinano al freddo e qualcuno non abbia chiesto loro che cosa si prova.... Ma esiste il confine tra la decenza e l'indecenza? Qualcuno sa cosa è il rispetto per il dolore? E' davvero necessario entrare nell'animo devastato delle persone?
Non invadete l'intimità di chi è disperato e rispettate, col silenzio, chi non c'è più.


Sono un po' latitante in questo periodo e me ne scuso. Avrei tante cose di cui parlare e su cui confrontarmi, ma sono in un momento lavorativo assai delicato, in cui mi trovo a combattere una guerra contro l'arroganza, il maschilismo e la brutalità di chi gioca con la vita e con la professionalità delle persone. Ma mi costa tanto in termini di tempo e di energie e ogni mattina devo raccogliere le forze e trovare il coraggio, prima di entrare in ufficio, quasi dovessi entrare in un'arena.
Di mobbing avevo già parlato in precedenza, ma in relazione ad altri. Ora sono io ad essere sotto tiro ma, dopo l'ennesima mortificazione, ho reagito con durezza, coinvolgendo anche chi poteva e doveva tutelarmi. Non so che cosa succederà nei prossimi giorni, ma certamente non resterò immobile a prendere schiaffi ...
Vorrei seguirvi e commentarvi di più, perché adoro leggere molti dei blog che abitualmente frequento, ma ora non posso, sono deconcentrata e preoccupata, scusatemi. Spero di tornare a leggervi presto, per divertirmi ed emozionarmi ancora, con ciascuno di voi . Un bacio, Linda.
Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone,
riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione.
Luglio, che mese strano... un mese borderline; non sai chi sei e che diamine devi fare, ti senti instabile e in crisi d'identità. Il mondo non si è fermato, ma a te pare di vivere in un acquario. Vorresti continuare a procedere secondo le tue abitudini, m
a, intorno a te, tutto è diverso, discontinuo e fatuo. La gente c'è e poi scompare, la città si svuota, i rumori ti arrivano attutiti e il tempo da spendere è davvero troppo, in uno spazio sempre più stretto. Un mondo rallentato, in attesa di fermarsi.
Ma anche in un mondo rallentato succedono cose incredibili: dal Lodo Alfano, che tra lunedì e martedì 22 passerà definitivamente anche al Senato, alla dimezzata sentenza di Bolzaneto, terribile e umiliante per chi le torture da Garage Olimpo le ha subite davvero; dal pestaggio della bimba francese, massacrata nella mia città, alla morte delle due bambine rom a Napoli, nella completa indifferenza dei bagnanti, fino alle inopportune ed impudiche iniziative sorte intorno alla questione di Eluana.
E la povertà e la solitudine? A luglio e ad agosto, le vedi molto meglio. Le categorie deboli di città, quelle che restano a difendere il forte nel deserto dei Tartari, in estate sono ancora più deboli. Sarà che nell'acquario tutto è dilatato, ma di fatto i vecchi sembrano più tristi, gli adolescenti più allo sbando, i bambini più soli, gli animali più terrorizzati... E se incroci lo sguardo della solitudine, della paura e della povertà, non riesci a pensare ad altro... per tutto il giorno. ...
Ma a luglio il mondo ti appare come in una visione, dice Guccini nella Canzone dei Dodici Mesi, e speri di aver solo sognato o delirato, a causa del calore della notte.
Sono un tipo allegro e cerco di dare il giusto peso alle cose, per tirare avanti e per tenere a bada la mia innata incazzosità. Cerco di moderarmi e rido della sfiga, ma .a volte è proprio dura…
Ero tornata carica di sole e di buoni propositi, rasserenata dall’aria della Maremma e dalla liberazione della Betancourt. Ma, come dire, la felicità dura sempre solo un attimo.
Convivo con il mobbing tutti i giorni, perpretato ai danni di persone miti e gentili che hanno l’unico atroce difetto di essere troppo qualificate per lavorare. E ora, dopo che chi ha subito l’ennesimo torto è stato portato via da un’ambulanza per malore, devo anche constatare, ancora una volta, che la solidarietà dei pari è solo di facciata. La famosa zona grigia di cui parla Primo Levi, ricordate?
Sono incazzata. Amareggiata, delusa, ma soprattutto tanto incazzata e chiedo scusa per il linguaggio. Si fanno le lotte di piazza in nome della giustizia, ma poi, quando il nostro vicino di stanza subisce soprusi d’ogni tipo, tutti noi abbassiamo lo sguardo o ci giriamo altrove, basta che il capo minacci di togliere privilegi acquisiti. O forse si ha semplicemente paura di esporsi in prima persona in modo gratuito, come gratuita è la solidarietà, quella vera.
Siete dei viscidi vermi e mi fate schifo, per la vostra ingordigia e penosa codardia.
Dal blog di Lorella, sempre sensibile e attenta.

La vita è misteriosa e, a volte, grottesca. Il 22 giugno è stato giorno di morte e, a distanza di anni, di ritorno alla vita. Il tragico e il meraviglioso insieme, nello stesso giorno... pazzesco, non so se piangere o festeggiare.
Allora una doppia dedica: per chi non c'è più... per il suo meraviglioso e caldo sorriso che mi manca tanto da farmi male. E per chi mi ha permesso di essere ancora qui... per le sue mani buone e per i suoi brillanti occhi gentili.
Con amore infinito.
E così anche il mio ufficio è in fermento per il periodico migrare di dirigenti e direttori e, di conseguenza, anche di fanti, dame e cavalieri. Traslochi, trasferimenti, rientri, scrivanie vuote, addii e nuovi acquisti, come da copione, perché quando i vertici cambiano, anche qualcuno dalla base si agita e si contorce, come la coda di un grosso animale. Ma perché, dico io, dietro ad un grosso animale c’è sempre una lunga coda che striscia?
Ricerca e mantenimento di privilegi, semplice.
Qualche giorno fa, in una bassa riflessione da bar, si parlava di potere, di chi lo esercita, di chi lo condivide e di chi lo subisce; si parlava di lealtà e di correttezza, di padroni e di sottoposti e, soprattutto, di sottoposti privilegiati; ma di quelli che il potere lo fiancheggiano e lo partecipano, traendone benefici, sgomitando, a volte calpestando e picchiando sodo, come i Kapò. Di quelli che potrebbero mediare in favore di chi sta peggio, anche solo con una parola, e che invece screditano e fanno a pezzi chi non può difendersi. Di quella parte di umanità che Primo Levi definiva zona grigia, per intenderci: “L’ascesa dei privilegiati, non solo dei Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere , invece, lo tolleri e lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da “laboratorio”. La classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura. E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi.” ( P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986). E non vado oltre.
Durissimo e lucido, come solo Primo Levi ha saputo essere. Parole crudeli che acquistano un significato più funesto e sconsolato perché scritte poco tempo prima che lo scrittore morisse suicida, come fossero le parole definitive, e a lungo meditate, di un testamento.
Forse i Kapò non ci sono più o forse hanno solo cambiato abito e nome. Non so… uomini e donne con le spalle curve e la lingua asciutta, coda strisciante di animali più grossi. Li vedo tutti i giorni, ma non li giudico né li maledico. Mi dispiace solo che, oltre al male che fanno, si auto-assolvano continuamente, completamente privi di senso critico. Alla fine, mi fanno anche pena.
Andrà tutto bene.
Lo dici sempre anche tu, con quegli occhi brillanti e sinceri ... sì, sono una donna fortunata, alla fine... sono forte, ho un lavoro e una casa, ho i miei cuccioli dagli occhidicielo ... un passato da ricordare e un futuro da sperare. E un presente da vivere.
Mi rimboccherò le maniche ancora e ancora... anche se sono sfiduciata e solo un po' stanca ...
Tienimi il viso, come John con Yoko, e dimmi che tutto andrà bene...

Mi sento come questa donna, scalza, a mani nude, con la vita appesa a un braccio ... preoccupata, inascoltata...
Mi sento come questi uomini, con le mani callose e le scarpe impolverate, ma con gli occhi aperti e il passo deciso...
E, come loro, vorrei lasciarmi alle spalle il buio di questo presente e camminare, con il mio Paese, verso un nuovo giorno di luce.
Prima o poi succederà. Ma oggi no, oggi siamo ancora al buio.