
Ma un po’ di luce c’è, alfine. E mi sembra anche di sentire un odore di erba e di foglie e di castagne al fuoco; e penso ad un buon bicchiere di vino, da bere ridendo.
Sarà che l’autunno mi consola, con i suoi colori caldi.
Sarà che mi consola l’alito caldo della mia bambina, addormentata accanto a me.
Sarà che ho voglia di scrollarmi di dosso questi pezzi di vetro dolenti..
Sarà che vorrei vivere. E vivere senza pensare.
Sarà che non temo il giudizio di nessuno.
Sarà che credo nella rinascita del mio Paese.
Sarà che oggi il sole illumina le foglie rosse dell’acero e i tronchi chiari delle betulle.
Sarà che sono stupida.
Ma vorrei uscire nel parco, sedermi su una vecchia panchina,
e salutare la gente che passa.
.
Diciamo che è un periodo senza musica, uno di quelli in cui non hai tempo per le emozioni. Devi solo trainarti, a testa bassa, fino all’uscita della nebbia, in silenzio e senza distrazioni. Ricostruirti un’identità e un ruolo, tra gente sconosciuta, anche se amichevole, richiede massimo impegno cerebrale e silenzio. Non ho tempo né ho voglia di emozioni, e sono ad occhi spalancati e mani fredde, mentre tutto mi capita intorno. Sorrido, ma non con il cuore. E non dormo; penso, avvolta dal silenzio buono della notte.
Ma la musica, la musica mi manca, anche se la scelta del silenzio è tutta mia.
Ogni momento della mia vita ha avuto la sua colonna sonora. Non posso non sentire Cat Stevens senza pensare e rimpiangere Silvia e i tempi del liceo; non posso sentire Peter Gabriel e non pensare al mio passato matrimonio e ai miei anni verdi ed inconsapevoli. E non posso sentire i Beatles, John ed Elton senza pensare a quello che mi è capitato tra il 2002 e il 2004, che ha scardinato tutte le mie certezze e capovolto completamente la mia vita e il mio cuore. Eppure, in questo momento di cambiamenti forti, rimango in uno stato di rigidità emotiva, insensibile ai suoni e silenziosa.
Ma non può durare per sempre. Prima o poi, ricomincerò ad emozionarmi, lo so.
Perché mi conosco.
E' una mezza vittoria, ma pur sempre una vittoria. Vi lascio due scene di "Across the Universe", splendido film sulla pace, l'amicizia, l'amore e la musica, per beatlesiani e non.
Nella prima, Prudence, chiusa dentro uno stanzino, è chiamata alla vita dai suoi amici: Sadie, JoJo, Max, Jude e Lucy .
Nella seconda, anche ultima scena del film, Jude e Lucy finalmente si ritrovano, dopo una lunga e sofferta separazione.
Se vi va di cantare e di emozionarvi, guardatelo, possibilmente in compagnia di chi amate. Sempre che non l'abbiate già visto (e poi non è detto che vi faccia lo stesso effetto che ha fatto a me...).
Stacco la spina per un po'.
Peace & Love!
Linda
Maestra: sì, la bambina è deliziosa, solare, allegra, però...
Mamma: Cosa, Maestra, c'è qualche problema?
Maestra: Ma no, tutto bene… è che ogni tanto la bambina si assenta ….
Mamma: Come si assenta, in che senso, Maestra?
Maestra: Ma sì, guarda fuori dalla finestra, si distrae, si perde…come fosse altrove…
Mamma: Ma, probabilmente, ha bisogno di un momento di pausa! Magari, essendo molto vivace, cerca un momento per raccogliere le forze…O forse vuole solo attirare l’attenzione.
Maestra: No, no, signora, la bambina è preoccupata. Si vede che ha dei pensieri…
Mamma: Ma è una bambina abbastanza serena, sempre allegra; sì, a volte è capricciosa, forse anche un po’ viziata, ma preoccupata, addirittura…
Maestra: Si vede che pensa ai suoi problema. La vostra famiglia è anomala, genitori separati, vita diversa dagli altri bambini… Una famiglia atipica, una non-famiglia. La bambina soffre.
Mamma: Sì, sicuramente ne soffre, non lo nego, ma i suoi genitori sono molto presenti, entrambi…e non le fanno mancare né affetto né sostegno! Una famiglia anomala, ma pur sempre una famiglia!
Maestra: NO, signora, la faccia vedere dalla psicologa della scuola. Io sono molto preoccupata per la piccola. E questo è tutto.
La mamma manda giù, sorride ed esce dall’aula. La testa le gira e le cadono addosso tonnellate di sensi di colpa e di inadeguatezza e di insicurezza. Sì, sì, paranoia.
Ma bisogna pur reagire. A casa telefona alla psicologa indicata. Prende un appuntamento per un colloquio.
E dopo questo, un altro e poi un altro.
Dopo ben quattro colloqui, la psicologa conclude che si tratta di una bambina vivace, giocosa, intelligente e molto serena. E di una maestra chioccia che ha visto un problema dove un problema non c’era.
Signora Maestra, ho avuto paura, lo ammetto. Ho temuto che la bimba stesse male o che fosse vittima del pregiudizio di un’insegnante bacchettona. Invece lei è solo una maestra all’antica, quasi da libro Cuore, poco avvezza a questi nuovi modelli di famiglia e di coppie genitoriali, e lo capisco, perché è difficile anche per me che ci sono dentro fino al collo. Ma lei è una buona e brava maestra, attenta ed innamorata dei suoi bambini. E io la stimo molto, per quel che serve.
quella stessa che aveva lasciato all’età di sedici anni per seguire uno scultore svizzero, come "una bimba segue un aquilone"… ebbra, ridente, leggera…
E fu poco prima degli anni venti che, nella campagna intorno a Lugano, Margherita incontrò il Maestro. Non so come andò, nessuno lo sa (e non c’è più nessuno a cui poter chiedere), ma del loro incontro rimane un capitolo de “L’ultima estate di Klingsor”, uno dei romanzi brevi di Hermann Hesse, scritto nel 1920, sensuale e sensoriale come un cesto colmo di frutta estiva.
"Cala Novembre e le inquietanti nebbie, gravi, coprono gli orti,
lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i morti...
Cade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiada
te pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada..." F.Guccini

Novembre è un mese dolce e di riflessione. Si dorme, si legge, si studia e si vive nell'attesa che si riaccendano le luci del Natale e che le nostre case tornino a profumare di torrone e di mandarini. Novembre è il mese della pioggia e dell'austerità, del cielo plumbeo e delle domeniche in casa, ma anche delle castagne, dell'uva e del novello. Novembre ha il cuore caldo.
Mia madre, occhi come le foglie d'autunno, era novembrina; lo è la nipotina che porta il suo nome e mia figlia dagli occhidicielo; (non lo è mia sorella, profumata rosa di maggio e non lo è sua figlia, bionda e morbida spiga d'agosto); ma ancora novembrina è la mia unica vera amica, inseparabile compagna di buona e di cattiva sorte e novembrina sono io, orgogliosa di tutte loro. Il freddo novembre è un mese di festeggiamenti e di candeline, di fiori e di ringraziamenti e di ricordo struggente per chi non c'è più. Novembre è il mio mese e di tante donne della mia vita, come potrei non amare i suoi umidi giorni piovosi?
Mia madre era simpatica.
Aveva il sole sul viso, la luce negli occhi e tanta voglia di vivere. Amava la gente, sosteneva conversazioni divertenti, aveva la battuta pronta ed era generosa. Mi ricordo con quanto ardore, mia sorella minore la guardava ridere o chiacchierare con le persone che incontrava o durante cene altrimenti noiosissime. Mia madre era brillante.
Non aveva studiato a lungo, ma conosceva bene il tedesco, il suo unico vero vanto: e assottigliava gli occhi, digrignando i denti, mentre pronunciava parole durissime e incomprensibili, suscitando l’ammirazione e il divertimento di noi bambini.
Ha lavorato sempre e ha cresciuto i suoi figli, con fatica, ma con grande allegria. Ottima organizzatrice di feste di tutti i tipi (compleanni, funerali, matrimoni, merende, lauree e anniversari), amava il ballo, Gino Paoli e Gianni Morandi. Ma cantava di tutto, mentre guidava quella sua Cinquecento bianca, gremita di buste della spesa e di bambini rumorosi .
Poi, già malata, ha cominciato a dipingere e ha tentato di salvarsi facendo qualcosa che l'appagasse e che la distraesse. Dipingeva donne assorte e fiori improbabili, tetti del suo paese e le brocche di sua madre, passando ore e ore a sognare di fronte ad una tela. E, nonostante i polpastrelli sporchi di colore e i vistosi abiti da lavoro, aveva sempre i capelli in ordine e le unghie curate. E poi, è stata sempre bella, fino alla fine.
Mi manca la sua generosità, la sua allegria e la sua positività, anche se non ho mai nascosto di essermi scontrata con lei, più e più volte, e non solo sui massimi sistemi. Ma sapeva ridere, anche di se stessa, e questo la rendeva unica e davvero adorabile.
Non averla più vicino è come avere le spalle nude d’inverno: lo stesso identico senso di gelo. E se fosse ancora qui, la mia vita sarebbe diversa. Banale, vero?
P.S. Mi scuso per il mio sfogo del post precedente, ma vi ringrazio, tutti, per il conforto e le parole di incoraggiamento e di affetto. Ogni tanto, mi rileggo i commenti come se fossero ossigeno per i miei polmoni. La situazione è stazionaria. Ma cerco di riprendere vigore e forza e di tenere la testa alta...
Ci sono luoghi che trascendono la loro fisicità e che, in forma liquida, albergano dentro le tue arterie e sotto la tua pelle, misti al tuo sangue e al tuo odore. Sono i luoghi della memoria, della tua memoria.
Ma quando provi a definirne i contorni e a fissarne i colori, non sai cosa davvero sia reale e dove cominci l’inganno del tempo trascorso, perché la memoria è fallace e subdola e per un attimo credi che nessun luogo sia davvero esistito e che tu lo abbia solo sognato. Ma i luoghi della memoria sono stati reali, misurati dalla nostra fisicità, e non importa se non riesci a ricordarli bene nei dettagli e colori, perché te li porti dentro e ti basta uno spunto che ne stimoli il ricordo, un odore o un suono, per ritornarci davvero. Tu chiamale se vuoi… emozioni.
E, in questa estate afosa e solitaria di riflessioni e di incertezza, ho provato a ridefinire i contorni di un vecchio campanile su un ruscello rabbioso, in mezzo al verde scuro e in ombra di un certo villaggio di montagna, senza riuscirvi ; ma poi, mi è bastato sentire l’odore dell’erba tagliata, misto a quella fragranza di timo selvatico, che il campanile sul ruscello rabbioso si è materializzato intorno a me, insieme agli alberi ombrosi e alle case basse in ciottoli di fiume e pietre, di un certo villaggio di montagna. E, immersa in questo luogo della memoria, ho sentito di nuovo le risa, gli strilli, gli scherzi, le chitarre, i canti all'aperto, le campane della valle; e di nuovo quell’odore di timo selvatico e di sugo, di fumo di camino e di incenso. E tanti ragazzi felici intorno a me che non sapevano ancora chi sarebbero diventati. Solo noi e le montagne, un presente spensierato e una vita da vivere.
Poi, squilla il telefono: “Mamma, ma questo posto è bellissimo, le senti le campane? Lo senti il ruscello? E' in piena!" Adorabile figlio, lui non sa che io sono già lì e che vedo la sua meraviglia.
Li ho rivisti l’altra sera, in un ristorante cinese gremito e fumoso. Insieme.
Quando sono entrati, ho nascosto il viso tra i capelli, un gesto istintivo per non essere riconosciuta.
Si sono seduti lontano da me.
Ma io, durante tutta la cena, ho parlato di loro, di quanto fosse intelligente Adele e di quanto fosse tenero Francesco e di cosa avesse significato per me lavorare in quella biblioteca e avere incontrato ragazzi così. Se ci penso… non riesco neanche a scrivere, mi si appannano gli occhi e mi brucia la gola per la commozione…era il mio lavoro e io l’amavo, più che ogni altra cosa.
Una biblioteca di un grande liceo di periferia, tredici anni fa… ragazzi e ragazze ad ogni ora, con richieste di tutti i tipi, pieni di entusiasmo e di allegria, qualcuno timido, qualcuno più sfacciato. Io catalogavo e classificavo, Elena era al prestito, la radio era accesa bassa bassa, tra pile di libri, periodici e quotidiani e il vociare quasi continuo e il viavai al cambio dell'ora; il sole attraverso i vetri e l’odore dell’erba tagliata … E poi, sette anni fa, loro, un fiume in piena, Adele, Marianna, Francesco, Eleonora, Riccardo, Guido, diomio, ragazzi miei, come potrei dimenticarmi di voi? Ho in testa ancora le vostre voci, le vostre risate cristalline e anche i vostri gusti letterari ... Così curiosi, attenti, intelligenti, logorroici, ma anche così dolci e mai supponenti; e tutti con quella luce sul viso, la luce che ti viene dalla certezza di un futuro bello e fulgido. Sono stati anni magici, si parlava di Garcia Marquez e di Visconti, di Keith Haring e dei Metallica, di Jane Austen e di Stephen Hawking. E di Battiato, sempre di Battiato. E si rideva. Sì, davvero anni magici.
Ma vinsi un concorso altrove e dopo una grande festa d’addio, rose rosse e regalini, baci, lacrime e l’ultima maturità, dovetti andarmene. Poi più nulla, buio totale.
Fino all’altra sera.
Adele aveva una gonna stretta e i tacchi alti, ma il visetto… sempre quello acqua e sapone del liceo. Francesco, solo un po’ più massiccio, ma ancora con quell’espressione attonita e un po’ candida dei miopi…
Alla fine, non ho resistito. Mi sono alzata e sono andata al loro tavolo. “Sono Linda…” ho detto piano. Sono stata sommersa da un abbraccio caldo, lungo e silenzioso…anzi da un doppio tenero abbraccio.
I “miei” ragazzi sono adulti, da poco divenuti ingegneri, ancora disoccupati, ma con quella limpida luce sul viso ed un amore intenso che li lega. Il tempo di sapere notizie, di guardarli, di dire qualcosa; poi mi sono congedata quasi correndo ... sono una tipa troppo emotiva, io!
E mentre scrivo e ripenso, so che c'è un po’ di me in loro e... moltissimo di loro in me.