E' una mezza vittoria, ma pur sempre una vittoria.
In attesa che la mia vita cambi, cancello link e avatar di sconosciuti. Ma che c'entra? Niente. Assolutamente niente. Mi giro e mi rigiro, e misuro i passi come un animale in gabbia; alla fine mi ritrovo davanti a questo pc, per scaricare l'ansia come fosse una sigaretta. E leggo, leggo molto di quel che la blogosfera produce. Scrivo molto meno, non mi va, non so che dire, o meglio, il momento buio della mia vita consentirebbe solo latrati e lamentationes. Allora commento gli scritti degli altri, ma, anche lì, non va sempre bene. Alcune persone sono superbe e maleducate (l'ho detto) e ti fanno passare la voglia di parlarci, altre non rispondono proprio (legittimo, comunque), e dopo un po' decidi di non andarci più. Ma poi capiti su blog adorabili di persone adorabili, quelle che hanno sempre spazio per tutti e che, anche tra mille commenti, sono gentili e accoglienti, pur nella diversità di opinioni. Quei blog che sono anche un po' casa tua e per i quali vale la pena accendere il pc; che sono meglio di una sigaretta o di un bicchiere di vino rosso e che allentano il rigor mortis che ti attanaglia. Tanti nomi e nick che valgono un patrimonio in termini di affetto e di umanità.
Mi sembra d'essere in un acquario. Vedo gente che parla, che urla e che gesticola, ma io non capisco quello che dice. Il mondo oltre il vetro è un teatro muto di maschere oscenamente truccate che si insultano e che si imbrattano a vicenda, usando i colori della mia patria. Loro urlano, io sono adagiata su un fondale silenzioso e respiro. Poi mi giro e nuoto via, non voglio vederle, mi ripugnano. Rimango ad ad occhi aperti e penso, ma penso dentro e mi faccio del male, rimanendo, poi, senza forze. Non ho paura di morire né di soffrire di più, ma temo per i pesciolini che vivono sotto le mie pinne: loro credono che la strada che percorriamo insieme sia quella giusta, loro si fidano. Ma io comincio a non vedere più e non so per quanto ancora riuscirò a nuotare, senza schiantarmi contro il vetro. E c'è sempre quel piranha nascosto che vorrebbe divorarmi. Prima o poi, smetterò di nascondermi e mi farò mangiare. Chi dice che la resa sia una sconfitta?
Per ora nuoto nel vetro e penso al mare lontano. E, soprattutto, resisto.

Ho sempre pensato che, nel lavoro, per ottenere il giusto devi saper sculettare o saper piangere; oppure essere amico dei potenti. Per ottenere più del giusto, devi dare o fare più del consentito e non sempre nel rispetto delle legge e della morale, ma questa è un'altra storia.
Per tutti gli altri, - quelli che proprio non ce la fanno a scodinzolare come un cane di fronte al padrone- , la vita è un vero inferno. E non importa se sei bravo, onesto e disponibile, sei comunque fuori. E, ad un certo punto della tua vita, devi capire se davvero non vali niente come ti dicono, e se la buona opinione che hai di te è falsata dalla tua presunzione, oppure se chi ti deve giudicare è solo un mentecatto corrotto e colluso che di te non sa che farsene e che, dunque, non ha la capacità di valutarti.
Non so più chi sono e, se valgo, quanto valgo. So solo che sono stanca di essere stanca, come diceva Faber riferendosi ad un uomo santo. Ma io non sono brava a sopportare e ogni tanto crollo, purtroppo. E allora penso alla fortuna di avercelo ancora un lavoro e penso al futuro incerto dei miei figli, se dovessi prderlo. Raccolgo le forze e mi rialzo. Come sempre.

Se guardo fuori, vedo foglie di tutti i colori che ondeggiano lievi e che brillano sotto un cielo azzurrissimo. Sorrido.
Eppure il vento soffia ancora...
… sì, anche qui, nelle stanze polverose e umide di questo ufficio... e arrossa le gote e scompiglia i capelli di chi da troppo tempo cercava aria pulita e limpida.
Coraggioso amico, finalmente ce l'hai fatta.
Sei stato costretto a subire l’incapacità, l’ignoranza e la presunzione di gente senza cervello e senza titoli, proprio tu che sei un infaticabile studioso, uomo riservato e coltissimo; e proprio tu, mortificato più d'ogni altro, non ti sei mai tirato indietro, cercando sempre il dialogo e la conciliazione, con quei tuoi modi educati e gentili, ma terribilmente fermi e disarmanti. Quest'estate ti sei sentito male dopo l'ennesimo attacco alla tua professionalità, eppure non hai mollato ...
E, finalmente, dopo cinque richieste di trasferimento non autorizzate, ora pare… sembra…sicuramente…insomma, sì, il trasferimento ad altra sede sta arrivando! Forse i porci hanno capito che le perle possono essere indigeste? Forse capi e kapò hanno capito che una persona va trattata con dignità? O forse, semplicemente, hanno cominciato a temerti? Forse, forse, forse... ma ora brindiamo!
E a te, amico mio, che posso dire? Che mi mancheranno il tuo affetto, il tuo appoggio e il tuo esempio costante; ma che saperti fuori di qui, finalmente nel tuo habitat, non può che alleggerire la mia ansia e le mie preoccupazioni. E la tua vittoria è la nostra vittoria, la mia e di chi ha condiviso con te rabbia ed incredulità di fronte all'umana miopia.
Ma il vento ha ripreso a soffiare... e forse, tutti dobbiamo sperare in giorni migliori. Auguri. Ora andrà tutto bene.
p.s.Saranno sicuramente felici, come lo sono io, anche Ozne e Mariater, che di mobbing ne sanno fin troppo e che hanno seguito la vicenda sin dall'inizio...

Sono un po' latitante in questo periodo e me ne scuso. Avrei tante cose di cui parlare e su cui confrontarmi, ma sono in un momento lavorativo assai delicato, in cui mi trovo a combattere una guerra contro l'arroganza, il maschilismo e la brutalità di chi gioca con la vita e con la professionalità delle persone. Ma mi costa tanto in termini di tempo e di energie e ogni mattina devo raccogliere le forze e trovare il coraggio, prima di entrare in ufficio, quasi dovessi entrare in un'arena.
Di mobbing avevo già parlato in precedenza, ma in relazione ad altri. Ora sono io ad essere sotto tiro ma, dopo l'ennesima mortificazione, ho reagito con durezza, coinvolgendo anche chi poteva e doveva tutelarmi. Non so che cosa succederà nei prossimi giorni, ma certamente non resterò immobile a prendere schiaffi ...
Vorrei seguirvi e commentarvi di più, perché adoro leggere molti dei blog che abitualmente frequento, ma ora non posso, sono deconcentrata e preoccupata, scusatemi. Spero di tornare a leggervi presto, per divertirmi ed emozionarmi ancora, con ciascuno di voi . Un bacio, Linda.
Sono un tipo allegro e cerco di dare il giusto peso alle cose, per tirare avanti e per tenere a bada la mia innata incazzosità. Cerco di moderarmi e rido della sfiga, ma .a volte è proprio dura…
Ero tornata carica di sole e di buoni propositi, rasserenata dall’aria della Maremma e dalla liberazione della Betancourt. Ma, come dire, la felicità dura sempre solo un attimo.
Convivo con il mobbing tutti i giorni, perpretato ai danni di persone miti e gentili che hanno l’unico atroce difetto di essere troppo qualificate per lavorare. E ora, dopo che chi ha subito l’ennesimo torto è stato portato via da un’ambulanza per malore, devo anche constatare, ancora una volta, che la solidarietà dei pari è solo di facciata. La famosa zona grigia di cui parla Primo Levi, ricordate?
Sono incazzata. Amareggiata, delusa, ma soprattutto tanto incazzata e chiedo scusa per il linguaggio. Si fanno le lotte di piazza in nome della giustizia, ma poi, quando il nostro vicino di stanza subisce soprusi d’ogni tipo, tutti noi abbassiamo lo sguardo o ci giriamo altrove, basta che il capo minacci di togliere privilegi acquisiti. O forse si ha semplicemente paura di esporsi in prima persona in modo gratuito, come gratuita è la solidarietà, quella vera.
Siete dei viscidi vermi e mi fate schifo, per la vostra ingordigia e penosa codardia.
E così anche il mio ufficio è in fermento per il periodico migrare di dirigenti e direttori e, di conseguenza, anche di fanti, dame e cavalieri. Traslochi, trasferimenti, rientri, scrivanie vuote, addii e nuovi acquisti, come da copione, perché quando i vertici cambiano, anche qualcuno dalla base si agita e si contorce, come la coda di un grosso animale. Ma perché, dico io, dietro ad un grosso animale c’è sempre una lunga coda che striscia?
Ricerca e mantenimento di privilegi, semplice.
Qualche giorno fa, in una bassa riflessione da bar, si parlava di potere, di chi lo esercita, di chi lo condivide e di chi lo subisce; si parlava di lealtà e di correttezza, di padroni e di sottoposti e, soprattutto, di sottoposti privilegiati; ma di quelli che il potere lo fiancheggiano e lo partecipano, traendone benefici, sgomitando, a volte calpestando e picchiando sodo, come i Kapò. Di quelli che potrebbero mediare in favore di chi sta peggio, anche solo con una parola, e che invece screditano e fanno a pezzi chi non può difendersi. Di quella parte di umanità che Primo Levi definiva zona grigia, per intenderci: “L’ascesa dei privilegiati, non solo dei Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere , invece, lo tolleri e lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da “laboratorio”. La classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura. E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi.” ( P. Levi, I sommersi e i salvati, 1986). E non vado oltre.
Durissimo e lucido, come solo Primo Levi ha saputo essere. Parole crudeli che acquistano un significato più funesto e sconsolato perché scritte poco tempo prima che lo scrittore morisse suicida, come fossero le parole definitive, e a lungo meditate, di un testamento.
Forse i Kapò non ci sono più o forse hanno solo cambiato abito e nome. Non so… uomini e donne con le spalle curve e la lingua asciutta, coda strisciante di animali più grossi. Li vedo tutti i giorni, ma non li giudico né li maledico. Mi dispiace solo che, oltre al male che fanno, si auto-assolvano continuamente, completamente privi di senso critico. Alla fine, mi fanno anche pena.